Varanasi, il fascino dell'incertezza prende forma in "Impermanenza"

redazione

Non tutto è destinato a restare immutato. È da questa consapevolezza che prende forma "Impermanenza", il nuovo album dei Varanasi, un lavoro che esplora il continuo mutare delle cose attraverso un linguaggio musicale capace di unire post-rock, elettronica e suggestioni cinematografiche. Un disco che non offre certezze, ma accompagna l'ascoltatore dentro un percorso fatto di contrasti, riflessioni e paesaggi sonori in continua evoluzione.

Tra brani più impetuosi e momenti sospesi, la band costruisce un equilibrio che lascia spazio tanto all'impatto emotivo quanto alla ricerca timbrica. Il risultato è un album pensato per essere vissuto nel tempo, in cui ogni ascolto può svelare dettagli e significati diversi.

In questa intervista i Varanasi raccontano la nascita di Impermanenza, il lavoro svolto sulla direzione artistica del disco, il ruolo delle atmosfere nella composizione e l'importanza della dimensione live nel dare nuova vita ai brani.

 Impermanenza sembra invitare ad accettare il cambiamento anziché contrastarlo. È una lettura corretta?
È una possibilità, ma non c'è una visione suggerita tra le altre. Ci piace proporre visioni del mondo in contrasto e raccontare dei conflitti che risultino interessanti a partire dal punto di vista creativo. Il tono stesso del disco, che è a tratti oscuro, ne è una rappresentazione.

Quanto avete lavorato sulla continuità narrativa tra i vari brani?
Il nucleo narrativo è formato dai tre brani Impermanenza, La tentazione di esistere e La decomposizione dell'anima; mentre gli altri sono più incentrati su altro. Non abbiamo pensato di fare un vero e proprio concept, ma una via di mezzo.

Che ruolo hanno avuto le chitarre nella definizione del suono del disco?
Con le chitarre cerchiamo di dosare il tipo di intensità e di atmosfera, bilanciando tra pezzi più aggressivi e cupi dove sono più taglienti e secche, e pezzi più eterei e distesi, nei quali possiamo abbondare con i riverberi e le linee melodiche.

In Solaris si percepisce un forte immaginario cinematografico: da dove nasce questa ispirazione?
Il brano sin dall'inizio aveva una componente dolce e sognante, che ha fatto pensare a una storia d'amore come racconto, però immersa in un ambiente a metà strada tra la realtà e l'immaginazione e lo spazio cosmico, che ha suggerito il rimando al film.

Quali differenze ci sono tra il disco che avevate immaginato all'inizio e quello che è arrivato alla pubblicazione?
Inizialmente siamo partiti da un numero di possibili brani quasi doppio rispetto a quelli che sono finiti nell'album, che più o meno si dividevano alla pari tra quelli più d'impatto live e quelli più d'atmosfera. Poi abbiamo scelto una direzione più intensa e cupa, anche per differenziare l'album da quello precedente, che aveva più un tono malinconico e disteso.

Quanto conta la ricerca sonora all'interno del vostro percorso artistico?
Molto, gran parte di ciò che ci piace mettere nei dischi riguarda la componente atmosferica, l'uso degli gli effetti e dell'elettronica, per arricchire il più possibile le composizioni, con un giusto equilibrio.

C'è un brano che vi emoziona particolarmente eseguire dal vivo?
Per il momento La tentazione di esistere e Per sempre, che sono quelli che hanno sia una buona componente melodica che delle lunghe code strumentali che ci piacciono molto.

Come vorreste che Impermanenza venisse ricordato tra qualche anno? 
Come un disco affascinante e profondo, da ascoltare più volte.

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