Anastasia Anniemore 24: il fascino magnetico di “Sirena” e il viaggio nei chiaroscuri dell’animo umano

redazione
 



Con l'uscita del singolo “Sirena” (interpretato dalla voce magnetica di Vanessa Berni) e la pubblicazione del terzo capitolo del progetto “Un bacio di fortuna”, la compositrice e autrice Anastasia Anniemore 24 prosegue la costruzione del suo ambizioso mosaico: 30 brani per 30 voci. Muovendosi tra raffinate trame ambient pop, suggestioni cinematografiche e sound design multilingue, l'artista esplora la complessità della natura umana attraverso una visione musicale indipendente e rigorosa. In questa intervista ci racconta la genesi delle sue atmosfere sonore, le sfide affrontate nel percorso e il valore evocativo della musica come guida emotiva.
 
Come stai vivendo l’uscita di “Sirena” e l’arrivo in digitale del terzo capitolo del tuo progetto, “Un bacio di fortuna”?
Questo EP è parte di una narrazione musicale più ampia, composta da singoli diversi ma uniti da una mia precisa regia autoriale: una riflessione sulla natura umana, sulle nostre paure, speranze, forze e fragilità.
Il terzo EP si distingue per una sonorità più elettronica, una direzione nuova per una proposta musicale cantata in italiano. Con Sirena, in particolare, ho voluto esplorare un territorio di ambient pop, dove la forma della canzone incontra texture elettroniche e atmosfere immersive. L’ambient pop conserva infatti una struttura melodica accessibile, ma lavora molto su spazio e stratificazioni sonore per creare un ascolto quasi ipnotico e cinematografico di immersione totale.

In “Sirena” rileggi un archetipo femminile ancestrale e potente, lontano dai soliti cliché: raccontaci la genesi del brano, dall'incontro artistico con la voce di Vanessa Berni fino alla produzione curata con Fabio Vaccaro tra flauti etnici, arpa celtica e sound design plurilingue.
 Sirena è una figura archetipica antica, spesso raccontata come un pericolo da chi non comprendeva fino in fondo la natura femminile. Nella mia lettura, invece, la sirena non è una creatura ingannevole o distruttiva: è consapevole di essere portatrice di una forza naturale capace di cambiare le cose.
È una forza morbida, non aggressiva; non ha bisogno di imporsi con la violenza. Può placare l’energia più diretta e impulsiva, tradizionalmente associata al maschile, e accompagnarla, guidarla, trasformarla. È questa l’idea centrale del brano: il femminile come presenza magnetica, profonda e generativa.
Prima scrivo il brano, solo dopo cerco la voce che possa interpretarlo. Ho scoperto Vanessa Berni online, ho sentito che rispecchiavano esattamente l’intenzione di Sirena. Le ho inviato la demo e lei ha accettato subito.C’è stato anche un dettaglio quasi simbolico: Vanessa mi ha raccontato che, proprio quando ha ricevuto la mia e-mail, stava leggendo un libro sulle sirene. Lei ha interpretato questa coincidenza come un piccolo segnale del destino.
Vanessa ha registrato la voce, mentre l’arrangiamento e il mix sono stati curati da Fabio Vaccaro, che ha proposto l’uso di sonorità strumentali evocative, tra flauti etnici e arpa celtica. Il primo mix aveva una forma pop molto definita, ma sentivo che mancava ancora una dimensione più ambientale, immersiva e misteriosa: volevo che l’ascoltatore potesse entrare dentro l’acqua, dentro il respiro della sirena e dentro il suo incanto.
Per questo ho chiesto a Vanessa una seconda sessione in studio, dedicata non soltanto al canto ma alla creazione di una vera e propria biblioteca sonora: sussurri, respiri, risate, rumori vocali e frammenti evocativi. Lei stessa mi ha confidato che cantare le risultava più semplice che lavorare su quei suoni, soprattutto sulle risate. Ma è stata bravissima: ha saputo creare una presenza vocale magnetica, quasi ipnotica. Una vera sirena che incanta.
Ho poi desiderato inserire alcune frasi in russo e in inglese, per sottolineare che le sirene parlano ogni lingua: la loro voce attraversa confini, culture e immaginari. C’era una frase in russo che ho insegnato personalmente a Vanessa; è stata molto precisa anche nella pronuncia, nonostante il russo sia una lingua complessa dal punto di vista fonetico.
Infine, ho chiesto a Fabio Vaccaro di valorizzare in alcuni punti il vibrato della voce di Vanessa, per ottenere un effetto simile a un’eco nell’acqua. È proprio nella fase finale di definizione del suono — nel “decoro” del brano, nei dettagli apparentemente piccoli — che una canzone trova davvero la sua identità e la sua capacità di sostenere un intero immaginario.

Il tuo stile unisce il pop d'autore a raffinate atmosfere ambient e cinematografiche, arricchite dall'uso della lingua russa insieme all'italiano: come hai maturato questo linguaggio sonoro e quali mondi artistici e visivi nutrono la tua musica?
Il mio linguaggio sonoro nasce prima di tutto dal mio bagaglio culturale e da un modo molto personale di osservare il mondo. Amo profondamente la storia dell’arte: molte sensazioni, immagini e perfino melodie nascono durante le visite ai musei. Davanti a un’opera non cerco soltanto una bellezza estetica; cerco quella dimensione capace di rendere il quotidiano qualcosa di più grande, quasi sacro, straordinario.
Credo che saper vedere il divino nel reale, anche nelle cose più semplici e apparentemente triviali, sia una capacità da allenare. Per questo penso che frequentare musei, vivere l’arte e insegnare ai figli a farne esperienza sia importantissimo: l’arte educa lo sguardo, la sensibilità e la capacità di sentire ciò che non è immediatamente visibile.
Nella musica, la mia scrittura pop d’autore dialoga naturalmente con le atmosfere ambient e cinematografiche, perché mi interessa creare non solo canzoni, ma spazi emotivi e visivi nei quali entrare. Mi nutrono molto anche la musica classica contemporanea e la sperimentazione sonora. Ascolto con grande interesse artisti come Max Richter, Sofiane Pamart, Ólafur Arnalds, Alexis Ffrench e Olivia Belli: mondi diversi, ma accomunati dalla capacità di unire pianoforte, elettronica, silenzio, tensione cinematografica e ricerca emotiva.
Il loro lavoro mi ricorda che la raffinatezza non deve essere distante o elitaria. Può vivere anche nella forma popolare della canzone, purché ogni suono abbia una funzione, ogni dettaglio costruisca un’immagine e ogni melodia abbia qualcosa di vero da raccontare.

Nel tuo percorso come compositrice e autrice che dà vita a brani affidandoli a voci sempre diverse, quali sono state le sfide maggiori affrontate nel panorama musicale per affermare un’identità progettuale così particolare e indipendente?
La sfida più grande è stata cominciare da zero. Non avevo un nome nel settore discografico, arrivavo con un accento che racconta un’origine diversa e, usando le parole di uno dei miei brani, a volte mi sono sentita come se provenissi “da Marte”. All’inizio ho incontrato molta diffidenza: verso il mio percorso, verso il mio modo di lavorare e forse anche verso un progetto che non rientrava facilmente nelle categorie tradizionali.
La parte più impegnativa è stata sicuramente quella di talent scouting. Trovare una voce non significa soltanto individuare qualcuno che canti bene: bisogna comprendere se possiede un’identità, se sa entrare nel mondo di un brano, se è pronto a lavorare con serietà e se esiste una sintonia umana e professionale. Lavorare con le persone non è semplice, soprattutto nel mondo dell’arte, dove convivono sensibilità, paure, dubbi, entusiasmi e momenti emotivi molto diversi.
Ma credo anche che essere musicisti oggi richieda disciplina, puntualità e affidabilità. Il talento è fondamentale, ma da solo non basta. In particolare per un artista emergente, ogni occasione conta: rispettare tempi, impegni e il lavoro degli altri fa parte della propria identità artistica. E più si cresce, più questa responsabilità diventa importante.
Il mio progetto è nato proprio dentro queste difficoltà: imparando a selezionare, a costruire rapporti professionali chiari e a non rinunciare a una visione. Essere indipendenti significa avere libertà creativa, ma anche assumersi ogni giorno la responsabilità delle proprie scelte. Non tutti possiedono questa visione… e cosi perdono.

Il tuo sogno nel cassetto per la tua musica e per il progetto “30 brani per 30 voci”?
Il mio sogno è molto semplice, ma per me è il più importante: far arrivare questa musica alle persone.
Vorrei che, tra i 30 brani per 30 voci, ogni ascoltatore potesse incontrare almeno una canzone capace di emozionarlo davvero. Un brano da scegliere come proprio, da ascoltare nei momenti in cui serve ritrovare forza, attraversare una fragilità o dare un nome a qualcosa che ancora non si riesce a spiegare.
Mi piacerebbe che una di queste canzoni potesse diventare una piccola guida sonora: un modo per raccontare la propria storia emotiva agli altri, ma prima ancora a sé stessi. Perché, a volte, una canzone riesce a dire con precisione ciò che noi sentiamo, ma non sappiamo ancora trasformare in parole.
Se anche solo una delle trenta voci e una delle trenta storie riuscissero a creare questo incontro autentico con qualcuno, sentirei di aver realizzato il senso più profondo del progetto.

Dopo questo terzo volume, quali sono i prossimi passi verso il compimento del mosaico dei 30 brani?
Dopo questo terzo volume, il viaggio continua con gli ultimi tre capitoli del progetto Un bacio di fortuna: usciranno con cadenza bimestrale, a novembre, gennaio e marzo.
Ogni volume presenterà cinque nuovi singoli, cinque voci e cinque storie, portando avanti il mosaico di 30 brani per 30 voci. Sarà un percorso progressivo, in cui ogni uscita aggiungerà nuovi colori, nuove interpretazioni e nuove identità artistiche.
Con ogni capitolo desidero alzare l’asticella della sperimentazione nella musica pop cantata in italiano: senza perdere l’immediatezza della canzone, ma cercando suoni, immagini e linguaggi capaci di sorprendere e coinvolgere.
Restate sulla mia onda. 🌊✨
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