Titta: «La felicità si vive al presente: tra teatro, musica e il coraggio della vulnerabilità»

redazione

 


Dalla profonda formazione teatrale alla delicatezza di una scrittura che unisce pop alternativo e teatro-canzone, Titta torna con il singolo "Right Here, Right Now", nuova tappa del concept album FUORI ASSE – carta celeste per stelle inclinate. Un brano luminoso e libero che celebra il coraggio di abitare il presente, di lasciar andare il bisogno di controllo e di accogliere la felicità. In questa intervista esclusiva per Top Stage, l'artista si racconta a cuore aperto: dal parallelo tra il debutto a teatro e l'uscita di una nuova canzone, alle sfide del mercato indipendente, fino alla ricchezza della sua "Costellazione degli Emotivi" e alla voglia di portare sul palco uno spettacolo in cui musica, storia e vita vissuta continuino a dialogare.

 

Come stai vivendo l’uscita di "Right Here, Right Now"? Passare dalla fase di creazione e registrazione a quel momento in cui il brano "sale sul palco" ed entra nella vita di chi ascolta ti regala le stesse emozioni di un debutto teatrale?

Assolutamente sì. Credo che ogni canzone abbia un suo debutto, proprio come uno spettacolo teatrale. C'è un momento in cui smette di appartenere a chi l'ha scritta e inizia a vivere una vita propria. Fino a quel momento l'hai ascoltata centinaia di volte, l'hai riscritta, registrata, messa in discussione... poi, all'improvviso, esce nel mondo e non è più solo tua.

Forse è proprio questo il punto in comune con il teatro: il pubblico completa l'opera. Ogni persona ascolta una canzone portandoci dentro la propria storia, i propri ricordi, le proprie ferite, le proprie gioie e spesso scopre significati che io stessa non avevo immaginato mentre la scrivevo. È una delle cose che amo di più del mio lavoro.

“Right Here Right Now”, poi, ha un sapore ancora diverso. È una canzone nata da un momento di felicità quando era ancora “appena vissuta”, non ricordata. L'ho scritta infatti solo pochi giorni dopo la mia prima uscita con Mohamed, il mio attuale compagno, quando ancora non sapevo cosa sarebbe diventata quella storia. Per questo, ogni volta che qualcuno la ascolta, mi sembra quasi di affidargli un ricordo ancora vivo. È una sensazione bellissima, ma anche molto delicata.

Tornando alla domanda direi che ogni uscita mi emoziona come un debutto, ma in modo diverso. A teatro posso condividere una storia per il tempo di uno spettacolo e sperare che qualcosa resti dentro allo spettatore. Una canzone, invece, entra nella vita delle persone senza chiedere troppo il permesso: magari le accompagna in macchina, durante una passeggiata, in un momento felice o in uno difficile.

Sapere che qualcosa che è nato “nella mia cameretta” può diventare la colonna sonora di un pezzo della vita di qualcun altro è un privilegio che non smette mai di sorprendermi.

Se con "Cronika" raccontavi la fatica di resistere, con "Right Here, Right Now" celebri il coraggio di abitare il presente e la felicità di un amore felice. Ci racconti com’è nato questo brano — scritto a pochi giorni dall'incontro con il tuo compagno Mohamed — e come si rispecchia questa urgenza emotiva nella scelta del sound?

Mi piace pensare che Cronika e Right Here Right Now siano due fotografie dello stesso viaggio, scattate in momenti completamente diversi. Cronika nasce da un periodo in cui sentivo di dover resistere. Right Here Right Now, invece, è nata nel momento in cui, quasi senza accorgermene, ho smesso di sopravvivere e ho ricominciato a vivere davvero.

Come dicevo prima, l'ho scritta solo pochi giorni dopo aver conosciuto il mio compagno. È successo tutto molto in fretta, ma non perché avessi delle certezze. Anzi, non sapevo ancora dove ci avrebbe portati quella storia. Sapevo soltanto che, per la prima volta dopo tanto tempo, mi sentivo felice senza avere bisogno di controllare il futuro, o meglio, scegliendo di accettare che, se volevo vivermi quella “cosa”, avrei dovuto lasciar andare il mio bisogno di controllare. E questa, per me, è stata una piccola conquista che però si è rivelata enorme.

Credo che il brano abbia preso quel sound proprio per questo. Volevo che fosse leggero, luminoso, quasi in movimento. Non volevo raccontare l'amore come una favola perfetta, ma restituire quella sensazione di libertà che si prova quando smetti di chiederti continuamente cosa succederà domani e scegli di vivere quello che sta accadendo adesso.

In fondo, Right Here Right Now non è una canzone che parla d'amore, non solo almeno. Parla del momento esatto in cui capisci che la felicità non va rincorsa, né trattenuta. Va semplicemente vissuta, finché c'è.

Il tuo sound si muove tra pop alternativo, cantautorato e teatro-canzone. Come si sono fusi nel tempo il mondo del musical, la recitazione e l'insegnamento teatrale con la tua scrittura? E chi fa parte della tua personale "Costellazione degli Emotivi" tra i tuoi riferimenti musicali (da Vecchioni e Mia Martini fino a Lady Gaga e i Queen)?

Credo che, in realtà, non si siano mai fusi. Sono sempre stati la stessa cosa. Ho iniziato a fare teatro da bambina e, quando ho scoperto la scrittura, ho capito che le mie canzoni non volevano soltanto essere ascoltate: volevano essere interpretate. Forse è per questo che, anche quando scrivo, penso sempre a una scena, a uno sguardo, a un gesto. La mia formazione teatrale entra nelle canzoni in modo naturale, mentre la musica mi ha insegnato che, a volte, una melodia riesce a raccontare quello che le parole da sole non riescono a dire.

Anche l'insegnamento del teatro ai bambini ha cambiato il mio modo di scrivere. Loro mi ricordano ogni settimana che le emozioni più profonde sono spesso anche le più semplici. Ti costringono a togliere il superfluo, a essere autentica, a ritornare a una dimensione di gioco che troppo spesso, come adulti, perdiamo di vista.

Quanto ai miei riferimenti musicali, mi piace chiamarli la mia "Costellazione degli Emotivi". Sono artisti molto diversi tra loro, ma hanno una cosa in comune: sono tutti artisti che hanno scelto di essere riconoscibili prima ancora che perfetti. Da Roberto Vecchioni e Francesco Guccini ho imparato l'amore per la parola. Mia Martini mi ha insegnato il coraggio dell'interpretazione. Amy Winehouse la verità emotiva. I Queen la libertà di non lasciarsi rinchiudere in un solo linguaggio musicale. E Lady Gaga la capacità di trasformare l'arte in un gesto di libertà, senza smettere di essere profondamente umana.

Non mi interessa scegliere se essere una cantautrice, un'attrice o un'autrice. Mi interessa continuare a cercare il linguaggio migliore per raccontare quello che ho da dire, lasciando che sia ogni progetto a suggerirmi il linguaggio di cui ha bisogno. Alcune idee nascono per essere cantate, altre chiedono un palco, altre ancora vivono nello spazio tra una parola e l'altra. Io cerco semplicemente di ascoltarle. Credo che la libertà più grande, per un artista, sia proprio questa: non sentirsi costretto a scegliere un solo modo di esprimersi.

 

Essere un’artista indipendente significa spesso dover ricoprire mille ruoli contemporaneamente — dalla scrittura alla promozione — e fare i conti con ritmi di mercato che chiedono tutto subito. Quali sono state le sfide più complesse nel difendere la tua libertà espressiva e la tua urgenza di raccontare temi intimi e necessari come la salute mentale, il corpo e la vulnerabilità?

La sfida più grande, paradossalmente, non è scrivere una canzone. È riuscire a farla esistere. Quando sei un'artista indipendente non fai solo la cantautrice: diventi produttrice, ufficio stampa, social media manager, organizzatrice, grafica, amministratrice... e, soprattutto, investitrice di te stessa. Lavori tantissimo, ma molto spesso sei tu (o la tua famiglia, come nel mio caso) a pagare perché quel lavoro possa vedere la luce. È un continuo atto di fiducia nel futuro, perché investi in qualcosa senza sapere se e quando tornerà indietro.

L'altra grande sfida, almeno per me, è stata l'età. Ho iniziato il mio percorso nella musica a trentadue anni. Per qualcuno ero in ritardo. Io, invece, avevo semplicemente impiegato trentadue anni per diventare la persona che aveva bisogno di scrivere quelle canzoni. In un settore in cui, spesso, a trent'anni vieni già considerato "fuori tempo massimo", non è stato proprio un incoraggiamento. Il mondo della musica, per certi aspetti, mi ricorda quello della danza classica: si cercano continuamente giovani promesse. Con una differenza, però. Nella danza il corpo è parte dello strumento e posso comprendere che l'età cambi alcune possibilità espressive. Che poi anche nella danza credo che ogni corpo abbia “le sue cose” da esprimere e da comunicare a ogni età, ma questa è un’altra storia. Ma un cantautore? Davvero abbiamo qualcosa da dire solo fino a trent'anni?

Ho sempre avuto la sensazione che questa logica fosse più legata al mercato che all'arte. Credo che sia perché oggi gran parte del potere di acquisto e dell'attenzione è nelle mani dei più giovani e, di conseguenza, è naturale che l'industria guardi soprattutto a loro. Ma credo che sia una visione limitante. Ogni età porta con sé esperienze, domande e consapevolezze diverse. E la musica dovrebbe avere il coraggio di raccontarle tutte.

Per quanto riguarda la libertà espressiva, credo di essere stata fortunata: non mi sono mai sentita davvero tentata di cambiare quello che volevo raccontare. Anche perché, a essere sincera, non scelgo mai a tavolino i temi delle mie canzoni. Non mi siedo dicendo: "Adesso scriverò un brano sulla salute mentale" oppure "Adesso parlerò del corpo". Quello di cui scrivo arriva sempre da un'urgenza comunicativa, da qualcosa che ho bisogno di capire, attraversare o condividere. È il motivo per cui una canzone nasce.

Certo, a volte mi capita di pensare che sarebbe più semplice scrivere qualcosa di più leggero, più immediato, forse anche più vendibile. Ma poi mi ricordo perché ho iniziato a fare questo: io scrivo canzoni perché credo profondamente nel potere comunicativo della musica. Mi piace pensare che una canzone sia un amplificatore, un altoparlante: uno strumento capace di dare voce a emozioni, domande e storie che, altrimenti, resterebbero chiuse dentro di noi. Se rinunciassi a questa urgenza per inseguire qualcosa che funziona di più, probabilmente smetterei di riconoscermi nelle mie stesse canzoni. E, a quel punto, non avrebbe più senso farlo.

Se c'è una libertà che voglio difendere, non è quella di poter dire qualsiasi cosa. È quella di continuare a dire esattamente le cose in cui credo, anche quando non sono le più facili da vendere.

 

Da grande appassionata e studiosa del mondo del musical, sogni un giorno di firmare e portare in scena un musical originale scritto interamente da te, magari facendo rivivere le canzoni del tuo percorso artistico?

Assolutamente sì. In realtà, i sogni sono due. Il primo è scrivere un musical completamente originale, nato fin dall'inizio per il palcoscenico. Il secondo, che è un sogno ancora più romantico, è riuscire un giorno a dare una nuova vita alle canzoni del mio percorso, costruendo una storia che le unisca senza che sembrino semplicemente una successione di brani.

Il musical è sempre stato il luogo artistico in cui mi sono sentita più a casa. È uno spazio in cui la musica, il teatro, il corpo, la parola e il silenzio smettono di essere discipline separate e diventano un unico linguaggio. Forse è anche per questo che, inconsapevolmente, molte delle mie canzoni hanno già una dimensione molto teatrale. Mentre le scrivo, mi capita spesso di vedere una scena prima ancora di sentire una melodia.

Non so se succederà, ma mi piacerebbe che un giorno qualcuno potesse entrare in teatro senza conoscere una sola mia canzone e uscire con la sensazione di aver assistito prima di tutto a una bella storia. Perché è questo che amo del musical: la musica non interrompe il racconto, lo porta più in profondità.

 

In fondo, credo che tutti i linguaggi che fanno parte della mia vita stiano andando nella stessa direzione da sempre.

Forse il musical non sarebbe un punto di arrivo, ma il luogo in cui tutte le parti di me potrebbero finalmente incontrarsi e splendere.

Forse, più che un sogno, il musical è il posto in cui tutte le versioni di me si danno appuntamento.

 

Dopo "Cronika" e "Right Here, Right Now", il viaggio del concept album "FUORI ASSE – carta celeste per stelle inclinate" proseguirà a settembre con "A Ruota Libera", un brano toccante e necessario legato alla disabilità e alla libertà. Quali sono i prossimi passi sul campo live e cosa dobbiamo aspettarci dai prossimi capitoli del progetto?

A settembre arriverà A RUOTA LIBERA, un brano a cui tengo profondamente perché affronta il tema della disabilità da una prospettiva che mi sta molto a cuore: non quella del limite della persona, ma quella delle barriere che noi, come società, continuiamo a costruirci, dentro e fuori. È una canzone che nasce da un'amicizia speciale per me, quella con la mia amica Elisa, e dal desiderio di ricordare che un mondo più accessibile non è un favore fatto a qualcuno, ma un modo migliore di abitare lo stesso spazio insieme. Non solo, vorrei ricordare anche che a volte ci mettiamo molte più barriere emotive rispetto a quelle fisiche, e che non bisogna mai lasciarsi frenare da quelle.

Da lì in poi il viaggio di FUORI ASSE continuerà a esplorare tante sfumature diverse dell'essere umano. Ogni brano sarà come una stella della stessa carta celeste: parlerà di salute mentale, relazioni, sogni, identità, gratitudine, libertà... temi molto diversi tra loro, ma uniti dallo stesso filo. Quello che mi interessa non è raccontare la perfezione, mi interessa piuttosto raccontare la (mia) verità.

Sul fronte live sto lavorando per portare questi brani sul palco in una forma che mi rappresenti davvero. Non mi attrae l'idea del concerto come una semplice sequenza di canzoni. Vorrei che ogni spettacolo fosse un'esperienza narrativa, un luogo in cui teatro e musica possano dialogare, proprio come fanno da sempre nella mia vita artistica.

Mi piacerebbe che, alla fine di questo percorso, FUORI ASSE non venisse ricordato come un insieme di singoli, ma come un viaggio. Perché è questo che ho cercato di costruire: una carta celeste in cui ogni canzone illumina le altre e acquista più senso quando le si guarda tutte insieme.

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