L’uscita di “Isole” porta con
sé emozione e una soddisfazione speciale: per la prima volta Michele Montani ha
partecipato alla scrittura del testo e si riconosce in ogni parola. In questa
intervista racconta il lavoro con Fabio Vaccaro e un sound che accompagna il
passaggio dalla chiusura all’apertura, fino al gesto di tendere la mano. Parla
anche delle difficoltà incontrate nel suo percorso e di un sogno da realizzare:
cantare dal vivo insieme a un pubblico che conosca le sue canzoni.
Come stai vivendo l’uscita di
“Isole” e il riscontro di chi ha ascoltato il singolo?
Con tanta emozione e anche un
pizzico di sana agitazione! È la prima volta che ho messo mano al testo di una
mia canzone e, forse per questo, è anche la prima volta che sono fiero di ogni
singola parola che canto. I messaggi più belli sono quelli di chi mi scrive che
si è ritrovato nel brano: per me è la conferma che questo paradosso, purtroppo,
tocca un po’ tutti.
Raccontaci la genesi del
brano: com’è nata, insieme all’autore Fabio Vaccaro, la metafora delle isole e
come avete tradotto questa immagine nel sound?
L’intuizione della metafora è di
Fabio, che è un autore bravissimo: è riuscito a rendere con un’immagine
semplice un paradosso enorme, quello di sentirci soli pur essendo sempre
connessi. Poi ci abbiamo lavorato insieme, definendo meglio il tema e riscrivendo
alcune parti. Nel sound abbiamo cercato soprattutto il contrasto: un ritmo
ripetuto e incalzante, come la frenesia in cui viviamo ogni giorno, e sopra una
voce più ferma, come un’isola in mezzo al mare. Il brano parte chiuso, quasi in
difesa, e si apre piano piano fino allo special, che è il momento in cui
finalmente qualcuno afferra quella mano.
Hai studiato clarinetto e
canto e ti sei diplomato come interprete di musica leggera al CET di Mogol.
Come si è formato il tuo stile e quali artisti senti come punti di riferimento?
Un po’ alla volta, mettendo
insieme pezzi diversi. Dal clarinetto ho imparato il respiro, il fraseggio,
l’idea che ogni nota debba avere un senso. Il canto e il CET mi hanno dato gli
strumenti per diventare un interprete e non solo uno che canta. Come riferimenti,
ho sempre guardato a quegli artisti che hanno fatto della voce la loro firma,
che riconosci dalla prima nota. Ecco, il mio obiettivo è proprio questo: che la
voce sia al servizio del testo, sempre.
Nel tuo percorso hai parlato
di alti e bassi e di ostacoli che ti hanno spinto a lavorare su te stesso.
Quali difficoltà ti hanno aiutato maggiormente a crescere come artista?
Sinceramente? La difficoltà più
grande sono stato io. Sono testardo e voglio sempre dare il massimo, e quando
le cose non andavano come speravo tendevo a buttarmi giù, o a mettermi da solo
i bastoni tra le ruote. Ci ho messo un po’, ma ho imparato ad accettare i no, i
tempi lunghi, e soprattutto ho imparato che quello che consideravo un difetto
da nascondere non lo era per forza. È stato quel lavoro su me stesso a farmi
crescere, prima come persona e poi come artista.
C’è un sogno musicale che
custodisci e che vorresti realizzare?
Più di uno, a dire il vero! Ma se
devo sceglierne uno, è cantare dal vivo davanti a un pubblico che conosce le
mie canzoni parola per parola. Sentire la gente cantare con te un testo che hai
scritto credo sia una delle emozioni più forti in assoluto. E poi, perché no,
un album tutto mio, in cui ogni brano racconti un pezzo di me.
Quali sono i prossimi
obiettivi?
Nell’immediato, far arrivare
Isole a più persone possibile, perché è un brano a cui tengo davvero tanto. Poi
continuare a scrivere: questa esperienza mi ha messo addosso una gran voglia di
raccontare altro, e ho già qualche idea per un nuovo inedito. E, ovviamente,
continuare a studiare, che non fa mai male.

